“Cara Valentina, il tempo non fa il suo dovere e a volte peggiora le cose…

Credimi pensavo davvero di avere superato un momento difficile, 

ed ancora adesso non mi è chiaro lo sbaglio che ho fatto, se il vero sbaglio è stato il mio”…

Una canzone di tanto tempo fa di Max Gazzè ripeteva queste parole per sottolineare come lasciare passare il tempo sulle ferite e sulle sofferenze emotive non fosse sempre una scelta giusta. “Passerà”, “Deve passare un po’ di tempo”, “Il tempo aggiusta tutto” …. sono queste le parole che risuonano spesso quando ci troviamo a vivere un dolore e condividerlo con i nostri cari o i nostri amici; questi sono i consigli che risuonano di più, ma che a volte lasciano in noi un senso di frustrazione e incompletezza. Perchè a volte non è così: spesso il tempo che passa non risolve il nostro dolore, ma lo mette solo un po’ da parte; “addormenta” sensazioni, emozioni e pensieri che possono tornare a ripresentarsi con la stessa forza di prima nel momento in cui c’è qualcosa che ci riporta all’evento stressante, quello che ha generato tutto (il trauma).

Tutti noi, infatti, siamo esposti alla possibilità di sperimentare “traumi” psicologici di diversa entità: esistono traumi severi (chiamati “con la T maiuscola”), come calamità naturali, incidenti stradali, violenze o lutti improvvisi, che hanno un impatto notevole sulla nostra vita e che minacciano seriamente il nostro equilibrio. Ma esistono anche altri tipi di esperienze (chiamate traumi “con la t minuscola), all’apparenza poco significative, ma che invece possono lasciare in noi un segno indelebile andando a modificare i nostri atteggiamenti, le nostre emozioni e le nostre relazioni con gli altri nel corso della vita; è l’esempio di umiliazioni scolastiche, abbandoni o trascuratezza genitoriale, paure ed eventi emotivamente forti vissuti in momenti particolari della vita, come durante l’infanzia.

Quello che è certo è che ogni esperienza, se non elaborata in maniera corretta, lascia un segno indelebile che segna un prima e un dopo nella nostra vita.

Ma cosa significa esattamente? 

Come esseri umani siamo naturalmente predisposti ad “elaborare” e perdere nel tempo la carica emotiva negativa di alcuni ricordi, ad esempio quando ricordiamo un evento spiacevole come un lutto, sentiamo dispiacere ma ci tornano alla mente anche i ricordi belli legati a quella persona: in generale, dunque, non c’è disorganizzazione o disregolazione delle emozioni nel presente, ma un nuovo adattamento della vita alla mancanza della persona cara che abbiamo perso.

Tuttavia può accadere che il ricordo di certi eventi, anche a distanza di tempo, provochi emozioni e reazioni di forte stress emotivo che compromettono la nostra vita nel presente: la ragione di questo risiede nel fatto che l’evento non è stato elaborato, immagazzinato in memoria in maniera funzionale. Nel caso di lutto, consideriamo che una perdita può essere talmente devastante da bloccare l’accesso ai ricordi positivi e agli aspetti più importanti che abbiamo vissuto insieme alla persona che abbiamo perso; quando il ricordo, a distanza di tempo, è bloccato sulle immagini, le emozioni e le sensazioni dolorose che abbiamo vissuto nel momento della perdita, vuol dire che siamo in presenza di una compromissione, una distorsione o un mancato adattamento alla nuova vita.

Ad oggi, abbiamo a disposizione una particolare tecnica terapeutica che permette di rielaborare in maniera corretta pensieri, sensazioni ed emozioni negative legate ai ricordi dell’evento traumatico e che consente di riadattare la nostra vita ad un nuovo equilibrio psicofisico: l’EMDR.

L’EMDR – acronimo di Eye Movement Desensitization and Reprocessing – o desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari, è un particolare tipo di approccio terapeutico scoperto dalla ricercatrice americana Francine Shapiro nel 1989.

La tecnica dell’EMDR si focalizza proprio sui ricordi del trauma o dell’evento stressante e, mediante l’utilizzo di movimenti oculari o di altre forme di stimolazione alternata destra/sinistra, si pone l’obiettivo di desensibilizzare tali ricordi, di neutralizzare la carica emotiva negativa che possiedono e permettendo al cervello di immagazzinarli in memoria in maniera adattiva e funzionale.

Per fare qualche esempio pratico, l’EMDR viene attualmente impiegato per trattare:

  • Traumi derivanti da un incidenti (stradali o di altra natura);
  • Traumi derivanti da abusi di varia natura;
  • Traumi che seguono disastri naturali ;
  • Lutti e perdita di persone care;
  • Umiliazioni subite da bambini e/o nell’età adulta di tipo scolastico, relazionale o lavorativo (come bullismo, cyberbullismo, mobbing), violenza domestica);
  • Traumi infantili di varia natura (neglect, abbandoni, …)
  • Interventi  sui diversi aspetti che costituiscono il lungo e difficoltoso percorso della procreazione assistita. 

Per il trattamento di disturbi, quali: 

  • depressione e ansia;
  • disturbi del sonno; 
  • disturbi della personalità; 
  • disturbi di panico e fobie;
  • disturbi alimentari;
  • problemi di condotta e di autostima;
  • ansia da prestazione;
  • disturbi sessuali.

“…e tu sarai il pretesto per approfondire un piccolo problema personale di filosofia, su come trarre giovamento dal non piacere agli altri come in fondo ci sia aspetta che sia….”.